
Non sempre intervenire di più significa curare meglio. La nuova frontiera dell’urologia punta piuttosto a capire quando trattare, quando aspettare e quando ridurre o aumentare l’intensità delle terapie. È il principio della terapia adattativa, modello al centro del 99° congresso nazionale della Società italiana di urologia (SIU), appena concluso a Riccione, che punta a modificare nel tempo le scelte terapeutiche seguendo l’evoluzione della malattia e le condizioni del paziente.
Dalla cura personalizzata alla terapia adattativa
Diagnostica per immagini, biologia molecolare, biomarcatori, biopsia liquida, intelligenza artificiale, chirurgia robotica e nuovi farmaci consentono di valutare con maggiore precisione non soltanto come intervenire, ma anche in quale momento e con quale intensità.
«Oggi stiamo assistendo a una profonda trasformazione dell’urologia contemporanea: la tecnologia, la biologia molecolare e l’intelligenza artificiale non servono semplicemente per aumentare il numero o la complessità degli interventi, ma per comprendere a fondo il comportamento biologico della patologia», spiega il professor Giuseppe Carrieri, presidente della Società italiana di urologia (SIU).
«Il nostro obiettivo prioritario è evolvere da una medicina personalizzata, che stabilisce una cura statica al momento della diagnosi, a una terapia adattativa in grado di accompagnare il paziente lungo l’intero percorso di malattia. Significa sapere quando osservare, quando conservare gli organi, ma anche quando intensificare o de-intensificare i trattamenti per garantire la massima efficacia oncologica e la migliore qualità di vita possibile».
Tumore della prostata, quando è possibile evitare il trattamento
Uno degli esempi più significativi riguarda il carcinoma prostatico a basso rischio. In questi pazienti la sorveglianza attiva, supportata dalla risonanza magnetica multiparametrica e dai biomarcatori, permette di individuare i casi nei quali è possibile rinviare il trattamento senza compromettere il controllo della malattia. Secondo i dati richiamati dalla SIU, la sorveglianza attiva nel tumore prostatico a basso rischio raggiunge il 97% di sopravvivenza cancro-specifica a 15 anni, consentendo di evitare trattamenti non necessari.
Rene e prostata, l’obiettivo è preservare l’organo
La conservazione dell’organo rappresenta un altro cardine del nuovo approccio. Nel tumore del rene, ricostruzioni tridimensionali, pianificazione digitale e robotica permettono di asportare la neoplasia cercando di preservare la maggiore quantità possibile di tessuto sano. Nel carcinoma prostatico, invece, una localizzazione più precisa della malattia consente di modulare la chirurgia e di valutare strategie focali nei pazienti selezionati. Anche nel tumore della vescica, l'integrazione fra chirurgia e terapie mediche sta aprendo nuove possibilità di conservazione dell’organo in casi selezionati.
Tumore della vescica, la biopsia liquida orienta l’immunoterapia
È proprio nel tumore della vescica che uno degli esempi più concreti di terapia adattativa arriva dalla biopsia liquida. L'esame permette di rilevare precocemente il DNA tumorale circolante e di guidare l’impiego dell’immunoterapia adiuvante nei pazienti a maggiore rischio già sottoposti a cistectomia per un tumore muscolo-invasivo. I risultati riportati dalla SIU mostrano un raddoppio della mediana del periodo libero da malattia, da 4,8 a 9,9 mesi, insieme a un miglioramento della sopravvivenza globale. Il principio è quello di intensificare il trattamento quando le caratteristiche biologiche della malattia segnalano un rischio maggiore, indirizzando così le terapie verso i pazienti che possono trarne beneficio.
Quando curare meno può essere la scelta giusta
La strategia può muoversi anche nella direzione opposta. Quando il beneficio previsto non giustifica il peso del trattamento, l'obiettivo diventa de-intensificare le cure, limitando tossicità ed effetti collaterali. La decisione non dipende soltanto dall'età anagrafica, ma deve considerare anche fragilità, condizioni funzionali e qualità di vita. La terapia adattativa si traduce quindi in quattro possibili azioni, da modulare nel corso della malattia: osservare, conservare, intensificare o de-intensificare.
In questo modello, intelligenza artificiale, biomarcatori e robotica diventano strumenti che supportano decisioni cliniche dinamiche, dalla diagnosi alla sala operatoria fino al monitoraggio nel tempo.
Il congresso ha guardato anche agli aspetti organizzativi dell’assistenza. Tra le novità, ha debuttato Uroforum, uno spazio di confronto tra urologia universitaria, ospedaliera, territoriale e privata dedicato alla definizione di strategie condivise su prevenzione e liste d’attesa. Una sessione sul Paziente Digitale, invece, è stata dedicata all'evoluzione della comunicazione tra medico e paziente nell'epoca della rete e dell'intelligenza artificiale.

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