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Parkinson, nel sangue una possibile firma delle forme più aggressive

Nei pazienti che presentano anche alterazioni caratteristiche dell’Alzheimer, le cellule immunitarie mostrano una maggiore attività e una risposta infiammatoria più intensa. Lo studio di Tor Vergata e Neuromed che apre nuove prospettive.
Parkinson, nel sangue una possibile firma delle forme più aggressive
Malattie neurodegenerative

Il sistema immunitario potrebbe aiutare a spiegare perché la malattia di Parkinson non segue lo stesso decorso in tutti i pazienti. Una ricerca dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli, condotta in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia, ha infatti individuato nel sangue specifiche differenze immunitarie nelle persone che, insieme al Parkinson, presentano alterazioni neuropatologiche caratteristiche della malattia di Alzheimer.

Lo studio, pubblicato sulla rivista npj Parkinson’s Disease, suggerisce che questa particolare condizione sia associata, già nelle prime fasi della malattia, a un sistema immunitario periferico più attivo e a una risposta infiammatoria più intensa.

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Quando Parkinson e Alzheimer si sovrappongono

Negli ultimi anni la ricerca ha mostrato come il Parkinson sia una malattia complessa, caratterizzata dall’interazione di diversi processi biologici. In alcuni pazienti alle alterazioni proprie del Parkinson si aggiungono quelle tipiche dell’Alzheimer, una condizione definita "copatologia", associata generalmente a un’evoluzione clinica più sfavorevole.

Parallelamente, è diventato sempre più evidente il possibile ruolo del sistema immunitario nell’innescare e alimentare i processi di neurodegenerazione. Capire come questi due fenomeni si intrecciano potrebbe quindi contribuire a spiegare perché alcuni pazienti sviluppino forme più aggressive della malattia e, in prospettiva, favorire approcci terapeutici più mirati.

Lo studio su 47 pazienti nelle fasi iniziali

La ricerca, sostenuta da un finanziamento PRIN del Ministero dell’Università e della Ricerca, ha coinvolto 47 persone con malattia di Parkinson nelle fasi iniziali e 50 persone sane. Attraverso l’analisi dei biomarcatori liquorali, cioè dei livelli di alcune proteine presenti nel liquido che circola nel sistema nervoso centrale, i ricercatori hanno individuato 15 pazienti con copatologia Alzheimer e 32 che invece non la presentavano.

Gli studiosi hanno quindi analizzato il sangue dei partecipanti, valutando i mediatori dell’infiammazione, la distribuzione delle diverse popolazioni di cellule immunitarie e il loro metabolismo energetico. Il confronto ha permesso di distinguere sia i cambiamenti associati al Parkinson sia quelli più specificamente legati alla presenza delle alterazioni caratteristiche dell’Alzheimer.

Una risposta immunitaria più intensa

I pazienti con Parkinson e copatologia Alzheimer presentavano disturbi motori e non motori più accentuati rispetto a quelli senza copatologia, ma soprattutto mostravano modificazioni più marcate del sistema immunitario periferico.

In questo gruppo è stata osservata una risposta infiammatoria più intensa, accompagnata da un aumento della produzione di energia da parte dei globuli bianchi. Risultava inoltre modificato l’equilibrio tra le varie popolazioni cellulari: diminuivano le cellule coinvolte nella regolazione della risposta immunitaria, mentre aumentavano quelle implicate nei processi infiammatori, che apparivano anche più reattive.

«Quello che abbiamo osservato – spiega Tommaso Schirinzi, professore dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’IRCCS Neuromed – è che la presenza di copatologia Alzheimer si accompagna a cambiamenti importanti del sistema immunitario, già dalle prime fasi del Parkinson. È come se vi fosse una riprogrammazione delle cellule immunitarie circolanti verso un assetto di maggiore attività e reattività, che potrebbe essere legata al maggiore carico di neurodegenerazione e al più rapido declino clinico che subiscono queste persone, sebbene sia ora necessario condurre studi di conferma più ampi e strutturati».

Verso una maggiore personalizzazione delle cure

I risultati indicano una possibile strada per riconoscere meglio le differenze biologiche tra i pazienti e individuare precocemente alcuni sottotipi del Parkinson. Le cellule immunitarie presenti nel sangue potrebbero infatti diventare nuovi indicatori da approfondire per comprendere l’evoluzione della malattia.

«Uno degli obiettivi più urgenti della ricerca sul Parkinson – commenta Diego Centonze, vicedirettore scientifico dell’IRCCS Neuromed e professore ordinario di Neurologia dell’Università di Roma Tor Vergata – è comprendere sempre meglio le differenze tra i pazienti, per arrivare a trattamenti più mirati. I risultati di questo studio aprono una prospettiva interessante: le cellule immunitarie nel sangue potrebbero offrire nuovi indicatori utili a identificare precocemente alcuni sottotipi della malattia e, allo stesso tempo, suggerire nuovi bersagli su cui intervenire con future terapie».

Malattie neurodegenerative
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