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Antibiotici: un genitore su quattro esagera i sintomi per ottenerlo

Dalla febbre mai avuta alla tosse prolungata: uno studio su JAMA Network Open rileva che il 26,7% dei genitori intervistati enfatizza i sintomi dei figli per ottenere la prescrizione.
Antibiotici: un genitore su quattro esagera i sintomi per ottenerlo
Pediatria
Farmaci

Una febbre che il bambino non ha mai avuto, una tosse che dura da due settimane anziché da una, sintomi esagerati o addirittura inventati per convincere il medico a prescrivere antibiotici. È quanto ammette di aver fatto almeno una volta il 26,7% dei genitori coinvolti in uno studio statunitense pubblicato su JAMA Network Open. E, tra coloro che hanno dichiarato di aver alterato il quadro clinico, otto su dieci riferiscono di essere riusciti a ottenere la prescrizione.

La ricerca, condotta da Alistair Thorpe della Spencer Fox Eccles School of Medicine dell'Università dello Utah, ha coinvolto 236 genitori, interrogati sulle informazioni fornite ai medici durante le visite dei figli. Il lavoro affronta un problema concreto per pediatri e medici di medicina generale: quanto può incidere sulla decisione prescrittiva una descrizione deliberatamente inesatta dei sintomi?

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Febbre inventata e tosse prolungata: come vengono alterati i sintomi

Le alterazioni riferite dai genitori non riguardano necessariamente condizioni cliniche complesse. Possono consistere nell'attribuire al bambino una febbre mai comparsa oppure nel dichiarare una durata della tosse superiore a quella effettiva. Informazioni che possono modificare la percezione della gravità e dell'evoluzione della malattia, influenzando la valutazione del medico.

Tra i 236 partecipanti, il 26,7% ha ammesso di aver esagerato o inventato almeno una volta i sintomi del figlio per ottenere antibiotici. Quarantacinque genitori, pari al 19,1% del campione, hanno dichiarato di aver adottato entrambe le modalità, sia amplificando sintomi realmente presenti sia riferendone altri inesistenti.

Il dato più significativo riguarda l'esito di questi comportamenti: circa l'80% dei genitori che avevano alterato il racconto clinico ha dichiarato di aver ottenuto la prescrizione richiesta. Il risultato è basato sulle risposte degli intervistati e non su una verifica indipendente delle condizioni dei bambini o delle prescrizioni effettuate.

Perché i genitori modificano il racconto dei sintomi

Le motivazioni dichiarate aiutano a comprendere il fenomeno. Il 71,4% dei genitori che avevano alterato i sintomi riteneva che gli antibiotici fossero l'unica soluzione per il figlio gravemente malato. Il 66,7% pensava che la terapia avrebbe accelerato il ritorno a scuola o alle attività extrascolastiche, mentre il 63,5% era convinto di conoscere la storia clinica del bambino meglio del medico.

La maggioranza degli intervistati, 173 su 236, ha invece dichiarato di non aver mai modificato il racconto dei sintomi per ottenere antibiotici. Tra le ragioni indicate figurano la fiducia nel giudizio del medico e la contrarietà all'impiego non necessario di questi farmaci.

Il comportamento descritto dallo studio evidenzia una difficoltà nella relazione tra famiglie e professionisti sanitari: la convinzione che un antibiotico sia necessario può precedere la valutazione clinica, inducendo alcuni genitori a presentare una versione dei sintomi che ritengono più efficace per ottenere il trattamento desiderato.

Quando il racconto dei sintomi condiziona la prescrizione

Per pediatri di libera scelta e medici di medicina generale, l'anamnesi riferita dai genitori rappresenta una componente essenziale della valutazione clinica, soprattutto nei bambini più piccoli. La durata della febbre, l'andamento della tosse e l'evoluzione degli altri sintomi contribuiscono a orientare il ragionamento diagnostico e le eventuali decisioni terapeutiche.

Una descrizione volutamente alterata può rendere più difficile distinguere le condizioni che richiedono un antibiotico da quelle nelle quali il trattamento non è indicato. Il problema non è tuttavia risolvibile presumendo che i genitori forniscano informazioni inattendibili: la valutazione deve integrare l'anamnesi con l'esame clinico e, quando appropriato, con ulteriori accertamenti.

In un editoriale che accompagna lo studio, Jeffrey Linder, della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago, richiama anche il ruolo dei prescrittori: "I medici hanno una certa responsabilità nel prescrivere antibiotici ai genitori che falsificano i sintomi dei loro figli".

Il richiamo riguarda l'appropriatezza delle decisioni terapeutiche. La richiesta insistente di un antibiotico, anche quando accompagnata da sintomi presentati come più gravi, non costituisce di per sé un'indicazione alla prescrizione. Allo stesso tempo, lo studio non dimostra che tutte le prescrizioni ottenute dai genitori intervistati fossero clinicamente inappropriate.

Antibioticoresistenza e rischi dei trattamenti non necessari

L'impiego non appropriato degli antibiotici contribuisce alla selezione e alla diffusione delle resistenze batteriche. Prescrivere un antibiotico in assenza di indicazione espone il bambino a possibili effetti indesiderati senza garantire un beneficio clinico, oltre ad alimentare un problema rilevante di sanità pubblica.

La questione assume particolare importanza nelle infezioni respiratorie pediatriche, molte delle quali hanno origine virale e non richiedono una terapia antibatterica. In queste situazioni, spiegare ai genitori l'evoluzione attesa della malattia, i segnali che richiedono una rivalutazione e le ragioni per cui un antibiotico non è necessario può contribuire a ridurre le aspettative prescrittive inappropriate.

"Gli antibiotici non sono farmaci innocui", sottolinea Thorpe. Il messaggio richiama la necessità di considerare i rischi di un trattamento non necessario anche quando la richiesta nasce dalla preoccupazione dei familiari per la salute del bambino.

I limiti dello studio e le indicazioni per i medici

La ricerca presenta limiti che devono essere considerati nell'interpretazione dei risultati. Il campione comprende soltanto 236 genitori statunitensi e le risposte sono autoriferite. Non sono state effettuate verifiche indipendenti attraverso cartelle cliniche, dati prescrittivi o valutazioni delle condizioni dei bambini.

Non è quindi possibile generalizzare il dato del 26,7% alla popolazione dei genitori, né utilizzarlo per stimare la diffusione del comportamento in Italia. Analogamente, la percentuale di prescrizioni riferite non permette di stabilire quanti antibiotici siano stati effettivamente prescritti senza una giustificazione clinica.

Lo studio richiama comunque l'attenzione su un aspetto concreto della pratica pediatrica: l'affidabilità delle informazioni sui sintomi e la gestione delle aspettative familiari sono elementi importanti del processo prescrittivo. La risposta clinica richiede una raccolta accurata dell'anamnesi, una valutazione appropriata e una comunicazione capace di spiegare quando il trattamento antibiotico è utile e quando, invece, può essere evitato.

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