
Ma la possibilità di individuare pazienti in fase precoce e di trattarli con nuovi farmaci biologici può cambiare la storia clinica dei malati. Sono i temi chiave emersi nella presentazione del volume 'Il carcinoma epatocellulare' (edizione Elsevier) che ha visto riuniti a Milano alcuni tra i piu' illustri oncologi ed epatologi, per l'11/o Congresso nazionale Aiom (Associazione italiana oncologia medica). ''Registriamo ottimi risultati nei pazienti che si rivolgono ai grandi ospedali cittadini, dove in oltre la metà dei casi la diagnosi individua tumori in fase iniziale e potenzialmente guaribili con trattamenti radicali'', dice Massimo Colombo, direttore della Gastroenterologia 1 all' Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e curatore dell' opera. Ma se il tumore è in uno stadio intermedio o avanzato si perde ogni vantaggio. Ma l'atteggiamento terapeutico verso il carcinoma epatico (ogni anno in Italia vengono diagnosticati circa 6 mila nuovi casi) è decisamente cambiato in questi ultimi anni. Oggi, secondo Colombo, è possibile una terapia mirata per i vari tipi di paziente. Anzi, ''per un certo numero di casi - continua Colombo - è possibile decidere a priori qual e' il trattamento migliore''. Sul fronte del trattamento medico la ricerca ha messo a disposizione degli oncologici nuove armi: il farmaco biologico Sorafenib ha dimostrato di poter migliorare in modo significativo la sopravvivenza di pazienti terminali, portandola mediamente da 5-6 mesi a 10-11.

Nel trial DeLLphi-305, aggiungere tarlatamab a durvalumab nel mantenimento di prima linea ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto al solo durvalumab.

Uno studio identifica un asse di segnalazione indipendente dai nutrienti: le mutazioni di ATP6V1B2 possono sostenerne l’attivazione e favorire la proliferazione neoplastica.

Il progetto europeo coinvolge 133 organizzazioni di 29 Paesi e punta a condividere competenze e innovazione in sette aree dell’oncologia, favorendo una maggiore uniformità dell’assistenza e il trasferimento dei risultati della ricerca nella pratica c

Nello studio di fase 3 DeLLphi-305, la combinazione in mantenimento di prima linea ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, rispetto ai 12,7 mesi con il solo durvalumab, nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio
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