
Il tumore preso di mira dai ricercatori interessa ogni anno circa mezzo milione di persone nel mondo e circa il 60% dei nuovi casi viene diagnosticato in fase localmente avanzata. La terapia standard, se viene escluso l'intervento chirurgico, prevede la radiochemioterapia ossia l'uso di radiazioni dirette contro il cancro e la chemioterapia con cisplatino, un farmaco capace di danneggiare il Dna delle cellule maligne. Ma quando si usano le radiazioni il rischio è quello di danneggiare anche i tessuti sani circostanti. E, nel caso di una zona delicata come testa-collo, risparmiare danni alle zone immediatamente vicine diventa una necessità assoluta. Ecco perché alla Cattolica di Campobasso viene usata la radioterapia a intensità modulata (Imrt nella sigla inglese) che, attraverso una serie di fasci di radiazioni a intensità anche diversa tra loro, permette di concentrare l'attacco in un'area estremamente precisa, individuata precedentemente grazie alla Tac ed altri metodi di indagine. In questo modo è possibile aumentare la dose rivolta verso il tumore con maggiore sicurezza per i tessuti vicini. Il punto originale dello studio condotto a Campobasso è proprio la quantità di radiazioni sopportabile, dopo due cicli di chemioterapia cosiddetta di induzione.




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