
Si tratta di una ricognizione svolta su ricerche pubblicate prima e dopo il 2005 sul tema dei pazienti oncologici anziani - nello specifico affetti da sindromi mielodisplastiche e leucemia mieloide acuta - completata da una serie di interviste a esperti di 5 Paesi europei: Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito. Risultato: "Molti pazienti anziani sono trattati meno aggressivamente dei pazienti più giovani. E diverse ricerche parlano di vera e propria discriminazione", spiega Richard Sullivan, professore del King's College di Londra e autore dell'indagine. "Eppure - prosegue - il cancro viene definito una 'malattia dell'invecchiamento' e oggi il 60% di tutti i tumori colpisce pazienti di 65 anni o più anziani (nel 2030 la percentuale salirà al 70%)". Per esempio le sindromi mielodisplastiche negli anziani hanno un'incidenza 12 volte più alta che nel resto della popolazione. "In contrasto con questo dato, l'età media dei pazienti reclutati nei trial clinici è di circa 10 anni più giovane. Per esempio due studi su nuovi farmaci per la leucemia mieloide cronica presentati a Chicago, in occasione del recente congresso dell'Asco (American society of clinical oncology), erano basati su pazienti con meno di 50 anni", sottolinea l'esperto. Il destino dei malati oncoematologici anziani è dunque quello di essere pochi negli studi e di avere difficile accesso ai farmaci di ultima generazione e alle terapie più aggressive contro il tumore. Sullivan porta, a sostegno di questa tesi, l'esempio della molecola imatinib: "In Germania abbiamo rilevato che sotto i 40 anni viene usata per il 93% delle pazienti donne e per l'81% degli uomini. Se si prende in considerazione la fascia d'età fra i 71 e gli 89 anni, questa percentuale scende intorno a poco più del 20%. E sono convinto che in altri Paesi la situazione sia ancora più grave". Le ragioni di questa disparità di trattamento? "Spesso i medici prendono decisioni terapeutiche basandosi solo sull'età come dato cronologico e non sull'aspettativa di vita, le condizioni fisiche generali e la resistenza allo stress del singolo paziente", avverte Sullivan.

Nel trial DeLLphi-305, aggiungere tarlatamab a durvalumab nel mantenimento di prima linea ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto al solo durvalumab.

Uno studio identifica un asse di segnalazione indipendente dai nutrienti: le mutazioni di ATP6V1B2 possono sostenerne l’attivazione e favorire la proliferazione neoplastica.

Il progetto europeo coinvolge 133 organizzazioni di 29 Paesi e punta a condividere competenze e innovazione in sette aree dell’oncologia, favorendo una maggiore uniformità dell’assistenza e il trasferimento dei risultati della ricerca nella pratica c

Nello studio di fase 3 DeLLphi-305, la combinazione in mantenimento di prima linea ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, rispetto ai 12,7 mesi con il solo durvalumab, nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio
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