
Praticamente, in media, oltre 20 al giorno. A fornire i numeri è Antonio Cassone, docente universitario di Microbiologia e consulente dell'Istituto superiore di sanità (Iss), che, grazie a una ricerca condotta l'anno scorso in 50 ospedali della penisola, può tracciare un quadro aggiornato sul tema delle infezioni ospedaliere, quest'anno in lieve calo grazie a un'applicazione più forte delle norme di prevenzione e al lavoro dei team di controllo attivati nei grandi ospedali italiani. "E' bene precisare subito che queste stime - sottolinea l'esperto - possono presentare un certo margine di errore. Ma da quanto emerso possiamo rilevare nell'ultimo periodo un lieve trend al ribasso del fenomeno. Per avere dati certi sarebbe però necessario analizzare i singoli ospedali e i singoli reparti". Comunque, in base alle ultime ricerche, il numero delle infezioni in corsia sembra rallentare il passo. Il precedente rapporto dell'Iss indicava infatti in 500 mila il numero dei casi di infezioni ospedaliere l'anno. Ma il pericolo rimane sempre alto. "Altissimo", precisa Cassone. "Anche se - sottolinea - in linea con quanto si registra negli Stati Uniti e negli altri Paesi europei". I circa 400 mila casi di infezioni sono infatti da rapportare agli oltre 9 milioni di ricoverati l'anno. Vale a dire una percentuale di circa il 5%, che in alcuni reparti può però salire di molto. "Nei reparti di chirurgia o in quelli di terapia intensiva la percentuale di infezioni sistemiche di tipo settico può salire fino all'11-12%. E - sottolinea Cassone - non è un caso. E' proprio in queste unità che si trovano i pazienti più deboli, con le difese immunitarie più basse". Nonostante il buon lavoro degli organismi di controllo si potrebbe quindi fare molto di più. Il fenomeno delle infezioni ospedaliere, se non eliminare del tutto, si potrebbe ridurre. "Almeno il 30% di queste infezioni sono potenzialmente prevenibili", spiega Cassone. "Per combatterle servono però misure preventive, una su tutte: il rispetto delle misure di igiene del personale medico e infermieristico, ad esempio il lavaggio accurato delle mani". E ancora: "La pulizia degli ambienti, la manutenzione degli impianti di aerazione e delle condutture dell'acqua. Ma anche - aggiunge Cassone - il rispetto di alcune regole fondamentali, come quella di non uscire dal reparto con il camice, oppure limitare il numero dei visitatori o del personale di altri reparti". Dello stesso avviso anche Carlo Signorelli, della Siti (Società italiana di igiene, medicina preventiva e sanità pubblica), secondo il quale "è necessaria una sorveglianza sistematica del fenomeno in ciascun ospedale attraverso l'istituzione di comitati 'ad hoc'. E ancora. Impianti adeguati e soprattutto corrette procedure igieniche da parte degli operatori, tra cui l'igiene personale e il lavaggio delle mani. Importante anche la collaborazione dei pazienti e dei loro parenti che possono portare in ospedale germi e aumentare il rischio di infezione". Un'altra misura da osservare per combattere il fenomeno è senz'altro quella relativa all'uso appropriato degli antibiotici. "Il ricorso esagerato a questo tipo di farmaci - spiega Cassone - crea infatti il cosiddetto fenomeno dell'antibioticoresistenza. I batteri presenti nell'ambiente col tempo diventano resistenti agli antibiotici, favorendo l'entrata in circolo di queste infezioni. Quindi, antibiotici sì, ma mirati". Tesi sottoscritta anche da Vilma Rigobello, presidente della Società italiana multidisciplinare per la prevenzione delle infezioni nelle organizzazioni sanitarie (Simpios). "L'uso eccessivo e inappropriato degli antibiotici - spiega - insieme alla straordinaria versatilità genetica dei microrganismi, sta mettendo a rischio la loro efficacia nel controllo delle infezioni e non solo in Italia". Che le infezioni rappresentino un grosso pericolo lo dimostrano anche le cronache di questi giorni. Casi emersi e già finiti sotto l'occhio attento della Commissione parlamentare d'inchiesta sugli errori e disavanzi sanitari, presieduta da Leoluca Orlando. I due episodi più recenti riguardano l'Aurelia Hospital di Roma, struttura privata convenzionata, dove "in soli nove mesi (da gennaio 2009 a settembre 2009) sono stati registrati 80 casi di infezione ospedaliera provocata dall'Acinetobacter baumannii", microrganismo infettivo molto pericoloso. "Infezioni che - secondo i documenti raccolti dalla Commissione - avrebbero provocato la morte di 26 pazienti". All'esame della Commissione di Orlando è anche il caso delle sospette infezioni da Aspergillo (una muffa che può causare problemi a carico soprattutto dell'apparato respiratorio), su cinque neonati all'ospedale Gaslini di Genova. Infezioni che, fanno sapere dalla Commissione, "sarebbero avvenute alla fine della scorsa estate (ma resi noti a gennaio 2011) nel reparto di patologia intensiva neonatale del nosocomio. Anche se Gianni Serra, direttore della divisione di patologia e terapia intensiva neonatale, smentisce si sia trattato di Aspergillo e fa sapere che al Gaslini l'incidenza di questa infezione è del 10% contro la media nazionale del 25%", si legge sempre sui documenti. All'attenzione della Commissione c'è pure un decesso di una paziente, in seguito a due arresti cardiaci che potrebbero essere ricondotti a infezione da Acinetobacter, avvenuto lo scorso 17 maggio nell'Unità di terapia intensiva del reparto di neurochirurgia del Policlinico Umberto I di Roma, struttura che - come emerge dalle carte della Commissione - fu protagonista, al termine degli anni '90, di ripetuti scandali legati a drammatici casi di infezione.

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