
Un recente studio internazionale sulla proteina Shugoshin 1 (SGO1) apre scenari innovativi nella comprensione e nel possibile trattamento dell’infertilità femminile legata all’età. La ricerca, guidata dalla professoressa Melina Schuh, direttrice del Max Planck Institute for Multidisciplinary Sciences di Gottinga, si concentra su uno dei nodi biologici più critici della riproduzione umana: la qualità genetica degli ovociti, fattore determinante del successo riproduttivo nelle donne in età avanzata.
Secondo Ermanno Greco, presidente della Società Italiana della Riproduzione (S.I.d.R.), si tratta di un risultato “scientificamente rilevante”, poiché la proteina Shugoshin 1 svolge un ruolo chiave nel corretto allineamento e nella separazione dei cromosomi durante la meiosi. Il declino dell’attività di questa proteina, associato all’invecchiamento ovocitario, è infatti uno dei principali meccanismi responsabili dell’aumento degli errori cromosomici (aneuploidie), che riducono drasticamente le probabilità di gravidanza e aumentano il rischio di aborti spontanei.
I dati sperimentali suggeriscono che il ripristino dei livelli di Shugoshin 1 possa migliorare la stabilità cromosomica degli ovociti, con un potenziale impatto positivo sui tassi di successo della fecondazione in vitro (FIV) nelle donne over 40. Tuttavia, come sottolinea Greco, è necessaria estrema prudenza: “Siamo ancora in una fase preclinica. Sarà fondamentale verificare, attraverso studi clinici controllati, se il miglioramento osservato a livello cellulare si tradurrà effettivamente in un aumento delle gravidanze e dei nati sani”.
Se tali risultati venissero confermati in ambito clinico, si potrebbe assistere a una vera svolta nella procreazione medicalmente assistita (PMA), con una riduzione del numero di tentativi necessari e, di conseguenza, del carico fisico ed emotivo per le pazienti. Attualmente, la pratica clinica si avvale già di strumenti avanzati come la diagnosi genetica preimpianto (PGT), che consente di valutare la salute cromosomica degli embrioni e selezionare quelli euploidi, aumentando le probabilità di successo soprattutto nelle donne in età riproduttiva avanzata.
Parallelamente, la ricerca sta esplorando altre strategie per contrastare l’invecchiamento ovarico, tra cui il ringiovanimento ovarico mediante l’infusione intraovarica di plasma ricco di piastrine (PRP) e l’impiego di integratori come la nicotinamide mononucleotide (NMN), coinvolta nei processi metabolici e di riparazione cellulare. Tuttavia, queste tecniche restano oggetto di dibattito scientifico e richiedono ulteriori evidenze.
“Intervenire in modo mirato su un meccanismo biologico chiave dell’invecchiamento ovocitario – spiega Greco – significa affrontare il vero limite della fertilità femminile legata all’età: non tanto la quantità degli ovociti, quanto la loro qualità”. Con l’avanzare dell’età materna aumentano infatti anche i rischi ostetrici, ulteriormente amplificati in caso di gravidanze gemellari.
Il tema assume una rilevanza ancora maggiore nel contesto attuale, caratterizzato da una marcata denatalità e da un progressivo rinvio della maternità. A differenza dell’uomo, per il quale non esistono limiti anagrafici formali nell’accesso alla PMA, la donna nasce con un patrimonio ovocitario finito, destinato a ridursi e a deteriorarsi nel tempo. In Italia, il limite di età per accedere alle tecniche di PMA è fissato a 50 anni, ma dopo i 40 le probabilità di successo diminuiscono sensibilmente.
In questo scenario, la ricerca sulla proteina Shugoshin 1 rappresenta un tassello importante verso un approccio più biologico e mirato al problema dell’infertilità legata all’età. La sfida ora è tradurre le promesse della ricerca di base in evidenze cliniche solide, capaci di migliorare concretamente le prospettive riproduttive e la sicurezza delle donne che scelgono di diventare madri in età avanzata.




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