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Prescrizioni, Fimmg: “Le regole creano più esami e allungano le liste d’attesa”

Scotti critica i dati grezzi sulle ricette e le restrizioni regionali: “Blocchi e sottocodici spingono verso consulenze difensive”. Il risultato, avverte, è più specialistica e più pressione sul sistema
Sanità pubblica

"I dati sulle prescrizioni per mille abitanti fotografano una realtà che chi lavora nella medicina generale conosce bene: esiste una variabilità tra Regioni che non è spiegabile solo con differenze epidemiologiche, socioculturali ed economiche". Silvestro Scotti, segretario della Fimmg, invita a leggere con cautela i numeri e a evitare confronti semplificati.

Secondo Scotti, una parte della spiegazione sta nel diverso peso del privato. "Nelle aree con Pil pro capite più elevato una quota rilevante della domanda sanitaria viene assorbita dal settore privato, riducendo strutturalmente il volume delle prescrizioni a carico del Ssn". Un elemento che "i semplici tassi di ricettazione non catturano".

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Questo non significa negare il problema dell’inappropriatezza, ma implica un cambio di prospettiva: "Esiste una quota di prestazioni non necessarie, ma l’analisi deve partire da basi più solide di un confronto grezzo tra Regioni".

Le regole che complicano il lavoro clinico

La critica più netta riguarda alcune misure adottate a livello regionale per governare la domanda. Scotti cita il caso dei farmaci gastroprotettori: dopo la semplificazione della Nota Aifa, "alcune Regioni hanno definito blocchi prescrittivi telematici sottoposti alla apposizione da parte del medico di sottonote", introducendo nuovi passaggi burocratici.

"Il medico è oggi tenuto ad apporre sottocodici per ogni prescrizione di un inibitore della pompa protonica", spiega. Un sistema che, nei casi meno chiari, espone a un rischio concreto: "dover ricorrere a consulenze gastroenterologiche in via difensiva".

Il cortocircuito: meno ricette, più esami

È qui che emerge il punto centrale. Le misure pensate per ridurre le prescrizioni inappropriate finiscono per produrre l’effetto opposto.

"Il risultato finale è più spesa specialistica, più esami, più pressione sulle stesse liste d’attesa che intendiamo ridurre", afferma Scotti.

Il meccanismo è quello della medicina difensiva: di fronte a regole stringenti e a margini ridotti di discrezionalità, il medico tende a trasferire la decisione allo specialista, aumentando il numero di accessi e di prestazioni.

"Governare la domanda nella sua interezza"

Per la Fimmg, l’approccio dovrebbe essere diverso. "I modelli che funzionano vanno nella direzione opposta", sostiene Scotti, indicando nella collaborazione tra medici di medicina generale e specialisti, nelle strutture territoriali e negli strumenti diagnostici di primo livello la strada per ridurre la variabilità senza appesantire la pratica clinica.

Il punto, però, resta di sistema: "La misurazione dell’appropriatezza deve tener conto non solo delle ricette prescritte, ma anche della spesa specialistica e diagnostica indotta".

Da qui la conclusione: "Governare la domanda è giusto e necessario. Ma va governata nella sua interezza, non solo quella che passa per il ricettario del medico di famiglia".

Il tema si inserisce direttamente nel dibattito sulle liste d’attesa e sulla riorganizzazione della medicina territoriale. E mette in evidenza un rischio concreto: interventi costruiti per ridurre le prestazioni possono, se non calibrati, spostare semplicemente il problema da un livello all’altro del sistema.

Sanità pubblica
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