
I bambini in età prescolare riescono a interpretare emozioni, preferenze e intenzioni osservando lo sguardo di una persona, ma non attribuiscono lo stesso significato allo sguardo di un robot umanoide. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e pubblicato sull’International Journal of Child-Computer Interaction, che approfondisce il rapporto tra sviluppo cognitivo infantile e interazione con l’intelligenza artificiale.
La ricerca, sviluppata in collaborazione con università giapponesi di Tokyo e Osaka, ha coinvolto bambini tra i 3 e i 5 anni per valutare come percepiscono lo sguardo umano rispetto a quello artificiale. L’obiettivo era comprendere se i più piccoli fossero in grado di attribuire significati sociali e intenzionali anche a un agente robotico.
Durante l’esperimento, ai partecipanti venivano mostrati una persona e un robot umanoide mentre osservavano determinati oggetti. I ricercatori hanno quindi analizzato la capacità dei bambini di identificare l’oggetto “preferito” dal soggetto osservante.
I risultati hanno evidenziato una netta differenza: i bambini interpretano lo sguardo umano come portatore di intenzioni e desideri, mentre non attribuiscono la stessa valenza comunicativa al robot. In altre parole, il comportamento visivo della macchina non viene percepito come espressione di uno stato mentale.
Secondo gli autori, questi dati suggeriscono che i robot destinati a contesti educativi o relazionali dovranno essere progettati con modalità comunicative più sofisticate e vicine ai codici dello sviluppo infantile. Non basterà la sola presenza fisica o l’aspetto umanoide: serviranno interazioni più naturali, basate su linguaggio, gestualità, espressività e segnali sociali coerenti.
Lo studio si inserisce nel crescente dibattito sull’impiego dell’intelligenza artificiale nelle esperienze quotidiane dei bambini, in particolare nei contesti educativi e assistenziali. Comprendere come i più piccoli interpretano le tecnologie intelligenti potrebbe diventare fondamentale per sviluppare strumenti realmente efficaci e sicuri.
Le implicazioni più rilevanti riguardano però l’ambito dell’autismo e dei disturbi del neurosviluppo. Nei bambini con difficoltà socio-comunicative, infatti, lo sguardo rappresenta uno degli elementi più delicati dell’interazione sociale. I robot umanoidi vengono già sperimentati come supporto nei percorsi riabilitativi, grazie alla loro capacità di offrire stimoli prevedibili e controllabili.
Capire in quali condizioni il bambino riesca a interpretare lo sguardo del robot come intenzionale potrebbe quindi aiutare a progettare interventi terapeutici più personalizzati, efficaci e aderenti ai bisogni evolutivi. La ricerca conferma inoltre quanto il riconoscimento delle intenzioni sociali resti profondamente legato alla componente umana della comunicazione, anche nell’era delle tecnologie intelligenti.



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