
Una survey tra medici e farmacisti evidenzia che la non aderenza dipende soprattutto da effetti collaterali, scarsa comprensione dei benefici e difficoltà nella continuità della presa in carico.
La non aderenza terapeutica continua a rappresentare una delle principali criticità nella gestione delle patologie croniche, ma le cause appaiono molto più articolate della semplice dimenticanza. Secondo una survey condotta su 440 professionisti sanitari tra medici di medicina generale, pediatri, specialisti e farmacisti, quasi un paziente su tre non segue correttamente le indicazioni terapeutiche ricevute.
Il dato non rappresenta una misurazione amministrativa dell'aderenza reale, ma restituisce la percezione di chi osserva quotidianamente il fenomeno negli ambulatori, nelle farmacie e nei percorsi di follow-up.
Gli effetti collaterali pesano più della dimenticanza
Tra le cause indicate dai professionisti sanitari emergono innanzitutto gli effetti collaterali e indesiderati delle terapie, segnalati dal 23% degli intervistati. Seguono la scarsa comprensione dei benefici terapeutici, indicata dal 19%, le difficoltà nel mantenere continuità nelle assunzioni e la perdita di motivazione, entrambe al 18%, mentre la complessità degli schemi terapeutici si attesta al 16%. Molto più contenuto risulta invece il peso attribuito ai fattori economici o tecnologici, che raccolgono appena il 7% delle indicazioni.
Il quadro suggerisce quindi che la non aderenza sia prima di tutto una questione clinica e relazionale. Un paziente può interrompere una terapia perché non ne percepisce i benefici, perché fatica a convivere con gli effetti indesiderati o perché non riesce a integrare il trattamento nella propria vita quotidiana.
L'aderenza si perde soprattutto durante il percorso
Un altro elemento significativo riguarda il momento in cui il paziente tende ad allontanarsi dal percorso terapeutico. Secondo la survey, le criticità emergono soprattutto nel lungo periodo, nei cambi terapeutici, nei passaggi tra specialisti e territorio e nelle fasi di follow-up. Solo una parte limitata del problema riguarda l'avvio della terapia.
Questo dato sposta l'attenzione dalla prescrizione alla continuità assistenziale. La terapia non viene meno necessariamente all'inizio del percorso, ma spesso quando diminuisce il supporto professionale, quando emergono dubbi o quando il paziente si trova a gestire autonomamente una terapia complessa. La non aderenza appare quindi sempre meno come un episodio isolato e sempre più come un indicatore delle difficoltà che possono manifestarsi lungo l'intero percorso di cura.
La presa in carico conta quanto la prescrizione
Alla domanda su quali strumenti possano migliorare l'aderenza terapeutica, i professionisti intervistati indicano soprattutto attività di counseling continuativo, una maggiore semplificazione della gestione terapeutica e follow-up più strutturati. Seguono l'integrazione tra professionisti sanitari e il coinvolgimento di caregiver e familiari.
La tecnologia viene considerata utile, ma non sufficiente se utilizzata in modo isolato. Reminder digitali e applicazioni possono supportare il paziente, ma non sostituiscono la necessità di spiegare la terapia, monitorarne la tollerabilità e mantenere nel tempo una relazione di accompagnamento. Le conseguenze della non aderenza, del resto, non riguardano soltanto il singolo paziente. I professionisti associano il fenomeno a un controllo insufficiente delle patologie, a un aumento delle riacutizzazioni e a una crescita dei costi sanitari.
In questa prospettiva, l'aderenza terapeutica finisce per diventare un indicatore della qualità della presa in carico. Se il paziente interrompe o segue male una terapia, non si indebolisce soltanto l'efficacia del farmaco, ma l'intera catena che collega diagnosi, trattamento, relazione professionale e continuità assistenziale.
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