
L'intelligenza artificiale non deve ancora entrare nella sanità italiana: in buona parte ci è già entrata, portata direttamente dai professionisti. Il problema è che aziende sanitarie, formazione e regole non sembrano procedere alla stessa velocità. Il risultato è la crescita della cosiddetta "shadow AI", l'utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale scelti autonomamente da medici e altri operatori, al di fuori delle soluzioni valutate e autorizzate dalle organizzazioni.
Non si tratta più di un fenomeno marginale. Secondo i dati 2026 dell'Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, nell'ultimo anno ha utilizzato strumenti di AI generativa il 61% degli specialisti e il 61% dei medici di medicina generale. Tra gli infermieri la percentuale raggiunge il 37%.
Numeri che spostano inevitabilmente la domanda. Non si tratta più soltanto di chiedersi se e quando introdurre l'AI nel Servizio sanitario, ma di capire come governare un utilizzo che sta già avvenendo.
Il medico corre più veloce dell'organizzazione
Lo scarto diventa ancora più evidente guardando agli utilizzi clinici. Il 34% degli specialisti dichiara di utilizzare l'intelligenza artificiale come supporto alla diagnosi, mentre soluzioni di questo tipo risultano disponibili soltanto nell'11% delle strutture sanitarie.
Sono 23 punti percentuali di differenza che raccontano una trasformazione partita dal basso. Il professionista trova autonomamente uno strumento capace di aiutarlo nella ricerca di informazioni, nella sintesi di documenti, nella comunicazione o in alcune attività cliniche e comincia a utilizzarlo prima che la propria organizzazione abbia stabilito se, come e con quali limiti farlo.
La shadow AI nasce anche da qui. E leggerla esclusivamente come un problema di disciplina individuale rischia di non coglierne la causa: gli strumenti sono facilmente accessibili, spesso gratuiti e capaci di fornire in pochi secondi un supporto ad attività che il medico svolge quotidianamente sotto una forte pressione di tempo.
Il vero divario riguarda le competenze
La diffusione dell'AI non sembra però procedere allo stesso ritmo della formazione necessaria per utilizzarla consapevolmente.
Secondo i dati riportati, soltanto il 32% degli specialisti sa che un sistema di AI generativa può produrre informazioni plausibili ma inesatte. Appena un medico su tre ha partecipato a programmi formativi dedicati e solo il 2% degli specialisti mostra competenze buone o ottime contemporaneamente nelle conoscenze di base, nelle abilità pratiche, nei comportamenti etici e nella leadership.
È probabilmente questa la combinazione più delicata: strumenti molto potenti e facilmente disponibili, utilizzati da una maggioranza dei professionisti, a fronte di competenze ancora limitate sui loro stessi limiti.
Il problema diventa ancora più concreto quando l'utilizzo coinvolge informazioni cliniche. Il ricorso a piattaforme generaliste può infatti comportare l'inserimento di dati personali o referti dei pazienti in sistemi che non sono stati scelti e governati dalla struttura sanitaria.
Vietare l'AI non significa eliminarla
Una risposta esclusivamente proibitiva rischia tuttavia di produrre un effetto paradossale. Se uno strumento viene utilizzato perché risponde a un'esigenza reale del professionista, vietarlo senza offrire un'alternativa non elimina necessariamente quella domanda. Può semplicemente renderne l'utilizzo meno visibile.
È qui che la shadow AI smette di essere soltanto un problema del singolo medico e diventa una questione di governance delle aziende sanitarie.
Servono indicazioni chiare su quali strumenti possano essere utilizzati, per quali attività, quali informazioni non debbano essere inserite nelle piattaforme generaliste e quale verifica umana debba accompagnare le risposte prodotte dagli algoritmi. E serve una formazione che non si limiti a spiegare come interrogare un chatbot, ma permetta di comprenderne possibilità, errori e responsabilità.
L'AI è arrivata prima delle regole
Il dato forse più significativo rimane quindi quello iniziale: sei specialisti e sei medici di famiglia su dieci utilizzano già l'intelligenza artificiale generativa.
Continuare a discutere dell'AI sanitaria esclusivamente come di una tecnologia futura rischia di descrivere una realtà che non esiste più. La sperimentazione spontanea è già in corso negli studi e nei reparti, mentre soltanto il 15% degli specialisti possiede, secondo l'Osservatorio, competenze nella gestione del cambiamento organizzativo collegato all'intelligenza artificiale.
Il medico che utilizza autonomamente l'AI non è necessariamente un innovatore né un professionista indisciplinato. È soprattutto il segnale di una tecnologia che si è diffusa più rapidamente della capacità del sistema sanitario di governarla.
La questione, quindi, non è più decidere se l'intelligenza artificiale debba entrare nel SSN. È evitare che continui a entrarci un chatbot alla volta, senza che il SSN sappia come viene utilizzata.




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