
Una febbre fino a 38,9 °C, accompagnata da intenso dolore pelvico destro, ha portato agli accertamenti in una donna di 41 anni sottoposta a trasferimento di embrioni crioconservati. La segnalazione documenta una complicanza infettiva comparsa nonostante la procedura fosse stata eseguita in condizioni sterili e con profilassi antibiotica.
La paziente aveva una storia di endometriosi, già trattata chirurgicamente, e una precedente gravidanza ottenuta mediante fecondazione in vitro. Il nuovo transfer, effettuato dopo preparazione ormonale dell’endometrio, non aveva determinato una gravidanza: le β-hCG erano risultate negative dieci giorni dopo.
L’assenza di febbre alla visita non escludeva l’infezione
Un elemento significativo del caso riguarda l’andamento della febbre: riferita nei giorni precedenti, non era presente all’arrivo in pronto soccorso, dove la temperatura misurata era di 36,8 °C. Persistevano però tachicardia, con 112 battiti al minuto, e un quadro infiammatorio caratterizzato da proteina C-reattiva pari a 131 mg/L. La conta leucocitaria era di 9.200/µL, con l’82% di neutrofili.
L’ecografia transvaginale aveva evidenziato una massa annessiale destra complessa. La tomografia computerizzata aveva poi documentato una raccolta multiloculata di 6,2 × 5,4 × 5,1 centimetri, compatibile con un ascesso tubo-ovarico. Nel caso descritto, quindi, la temperatura rilevata durante la valutazione non restituiva da sola la gravità del quadro.
Miglioramento entro 48 ore con la terapia antibiotica
La stabilità clinica e l’assenza di segni di rottura avevano consentito una gestione conservativa. Il drenaggio percutaneo era stato giudicato rischioso per la vicinanza dell’ascesso alle anse intestinali e l’aderenza all’appendice.
Il trattamento iniziale con piperacillina–tazobactam endovenosa e doxiciclina aveva determinato un miglioramento entro 48 ore: la febbre non era ricomparsa, il dolore si era attenuato e gli indici infiammatori erano diminuiti. Dopo la prosecuzione della terapia con antibiotici orali, gli accertamenti a sei settimane avevano confermato la completa risoluzione dell’ascesso.
Il significato clinico e i limiti della segnalazione
Gli autori richiamano l’importanza di approfondire l’associazione tra febbre e dolore pelvico dopo il transfer, anche senza complicazioni procedurali. L’endometriosi potrebbe rappresentare un fattore predisponente, ma questa singola osservazione non dimostra un nesso causale. L’assenza di colture microbiologiche e dei test per infezioni sessualmente trasmesse limita inoltre l’identificazione dell’origine infettiva e impedisce di generalizzare il percorso terapeutico adottato.

Lo scambio è avvenuto nonostante il doppio controllo degli operatori. Dal settore la richiesta di sistemi elettronici obbligatori per seguire gameti ed embrioni.

Il trattamento è ora a carico del Servizio sanitario nazionale per le donne già sottoposte a precedenti terapie farmacologiche o chirurgiche. La possibilità di modulare l’approccio apre la strada a percorsi più personalizzati

Endometriosi e dolore pelvico cronico: crescente attenzione verso alimentazione antinfiammatoria e supporto psicologico per affiancare le terapie tradizionali e migliorare sintomi, benessere e qualità di vita.

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