
Seguono il trattamento con più costanza, ma riescono meno spesso a raggiungere i valori raccomandati dalle linee guida. È il paradosso che emerge dal registro multicentrico italiano AT-TARGET-IT, secondo cui nelle pazienti la risposta agli anticorpi monoclonali anti-PCSK9 risulta meno efficace rispetto a quella osservata negli uomini. Una disparità che accende i riflettori sulla necessità di strategie più personalizzate e di una maggiore attenzione al rischio cardiovascolare femminile.
Donne più aderenti, ma più lontane dagli obiettivi
I risultati mostrano che le donne, pur aderendo maggiormente alle cure, raggiungono con minore frequenza i target di colesterolo LDL indicati dalle linee guida internazionali. Il dato appare particolarmente rilevante considerando il peso delle malattie cardiovascolari sulla salute femminile.
«Un paradosso che deve far riflettere a fronte del dato che i decessi per patologie cardiovascolari risultano maggiori nelle donne, rappresentando il 45% delle cause di morte nella popolazione femminile – sottolinea Pasquale Perrone Filardi, coordinatore del registro AT-TARGET-IT, past president della Società italiana di cardiologia e direttore del Dipartimento di Scienze biomediche avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II – Tuttavia, non esiste una differenza di genere nelle raccomandazioni sugli approcci terapeutici per raggiungere gli obiettivi LDL ottimali. Un divario che invece esiste, eccome, nella vita reale, come dimostrano i risultati del nostro registro, che hanno messo in luce una significativa disparità di genere nella risposta al trattamento con anticorpi monoclonali anti-PCSK9».
Lo studio condotto in oltre 30 centri italiani
L’analisi ha coinvolto 2.613 pazienti trattati con anticorpi monoclonali anti-PCSK9 in oltre 30 centri italiani. Le donne erano 806, pari al 30,8% del campione. La popolazione femminile partiva da una condizione clinica più svantaggiata: età media più elevata, valori iniziali di LDL-C superiori rispetto a quelli degli uomini, maggiore frequenza di intolleranza alle statine e un ricorso meno frequente alla terapia ipolipemizzante orale combinata. I livelli basali medi di LDL-C erano pari a 156,2 mg/dL nelle donne, contro 136,9 mg/dL negli uomini.
Solo una donna su due raggiunge i valori raccomandati
Il divario nella risposta al trattamento è rimasto evidente durante il periodo di osservazione. A sei mesi dall’inizio della terapia, la riduzione percentuale del colesterolo LDL nelle donne risultava inferiore di nove punti rispetto a quella registrata negli uomini. Dopo tre anni, la differenza era ancora pari a 5,9 punti percentuali. «Nell’analisi le donne hanno mostrato una riduzione percentuale del colesterolo LDL, costantemente inferiore nel tempo rispetto agli uomini: una differenza di nove punti percentuali a sei mesi dal trattamento e di 5,9 punti dopo tre anni», osserva Filardi.
Le conseguenze si riflettono sul raggiungimento degli obiettivi terapeutici: il target raccomandato è stato centrato dal 51,7% delle donne, rispetto al 64,6% degli uomini. Nel complesso, la probabilità di successo del trattamento nella popolazione femminile è risultata ridotta di un terzo.
Un divario non spiegato dall’aderenza alle cure
Secondo i ricercatori, i risultati non possono essere attribuiti a una minore continuità nel seguire il trattamento. Al contrario, l’aderenza terapeutica è risultata più frequente ed elevata proprio tra le pazienti. «La minore efficacia della terapia sembra dunque legata a fattori biologici o clinici ancora da indagare. Resta comunque necessaria una maggiore attenzione al profilo di rischio cardiovascolare femminile», afferma Gianfranco Sinagra, presidente della Società italiana di cardiologia.
I dati pongono quindi nuovi interrogativi nell’ambito della medicina di genere, indicando la necessità di comprendere meglio quali fattori possano condizionare la risposta delle donne ai farmaci destinati alla riduzione del colesterolo cattivo.
Verso trattamenti più personalizzati
Alla luce dei risultati, gli specialisti richiamano l’attenzione sull’opportunità di adattare maggiormente le strategie terapeutiche alle caratteristiche delle pazienti, intervenendo sia sulla scelta dei farmaci sia sul controllo periodico dei valori lipidici. «Le attuali strategie terapeutiche anti-PCSK9, sviluppate in studi a prevalenza maschile, dovrebbero adottare un approccio più personalizzato per le donne, dalla scelta delle molecole al monitoraggio più frequente dei target lipidici», conclude Filardi.




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